Conrad Veidt (1893-1943), più di qualsiasi altra celebrità del suo tempo, rappresentava un autentico monito della storia: come se un volto potesse riflettere il dolore, le aspettative deluse e le riflessioni su un’epoca. “… quando il Cesare di Conrad Veidt si muoveva furtivamente lungo il muro era come se il muro l’avesse trasudato”, scrisse Siegfried Kracauer. Il viaggio trasognato e quasi immateriale di Veidt nelle epoche e nei personaggi storici divenne leggendario, come i suoi gelidi ritratti della vita moderna nell’epoca degli affari. Il suo stile era sempre ambivalente, non esente da certe sfumature romantiche neanche quando i messaggi venivano dai confini estremi e labili della psiche. Che lavorasse nel suo Paese, la Germania, oppure a Hollywood (negli anni Venti e poi verso la fine della sua vita) o in Inghilterra (quando scelse di lasciare la Germania), rimase un vero auteur. E poi naturalmente raggiunse un’intensità particolarmente terrificante lavorando con i più grandi: Murnau, Leni, Powell. Nella sua genialità Veidt sapeva aderire completamente al nucleo tematico di un film. Come il suo Cesare sonnambulo, Veidt era una strana persona che “conosceva il passato e vedeva il futuro”.
