Sono tanti i temi che Michelangelo Antonioni (Ferrara 1912 – Roma 2007) ha raccontato con i suoi film. Qualsiasi articolo o approfondimento sul cinema del regista Oscar alla carriera nel 1995 citerà, tra gli altri, l’incomunicabilità, il vuoto, la noia, l’alienazione, la crisi d’identità, le difficoltà della vita di coppia. C’è però anche un tema che riguarda una precisa scelta registica, ovvero il passaggio al colore. Fino a L’eclisse del 1962, infatti, Michelangelo Antonioni aveva girato i film rigorosamente in bianco e nero ma da Il deserto rosso del 1964 la scelta cadde, appunto, sul colore. Ai principali film di questa nuova fase artistica, Cineteca Milano dedica la rassegna “I colori di Michelangelo Antonioni” che si terrà al cinema Cineteca Milano Arlecchino dal 6 al 26 ottobre 2026.
Il colore è una parte molto importante dell’evoluzione artistica di Michelangelo Antonioni: quando comincia a utilizzarlo in modo sistematico, non lo considera semplicemente un elemento realistico, ma lo trasforma in uno strumento espressivo, quasi psicologico. Antonioni non si serve del colore per rendere il mondo “più bello”, ma spesso per mostrarne l’estraneità. Un muro, una strada, una fabbrica o un vestito possono assumere un colore innaturale perché quel colore esprime lo stato d’animo dei personaggi.
Ne “I colori di Michelangelo Antonioni” sarà possibile ammirare Il deserto rosso (1964). Si tratta del film in cui Antonioni porta più lontano la ricerca sul colore. Dominano grigi, verdi spenti, bruni e soprattutto il rosso, inserito anche artificialmente negli ambienti. I colori freddi e desaturati delle fabbriche e del paesaggio industriale esprimono l’alienazione della protagonista Giuliana e la sua difficoltà a trovare un rapporto con il mondo che la circonda. Il rosso, invece, irrompe come un colore inquieto, legato al desiderio, alla paura e alla tensione. Nella Londra di Blow-Up (1966) prevalgono colori vivaci, verdi, rossi, blu e tonalità pastello, soprattutto negli abiti e negli ambienti legati alla fotografia. Ma dietro questa apparente vitalità si nasconde un mondo ambiguo. Il colore diventa quindi parte del gioco tra apparenza e realtà, proprio come le fotografie che il protagonista ingrandisce nel tentativo di scoprire la verità.
In Zabriskie Point (1970), invece, il colore cambia radicalmente insieme al paesaggio americano. Azzurri intensi, gialli, arancioni e soprattutto i colori caldi della terra e del deserto costruiscono un’immagine quasi mitica degli Stati Uniti. La Death Valley diventa uno spazio di fuga dalla società e dalle sue regole. Nella celebre sequenza finale, il colore assume una dimensione visionaria e psichedelica. Completa la rassegna Professione: reporter (1975) in cui prevalgono toni terrosi, beige, ocra, marroni e colori caldi, alternati ai paesaggi mediterranei e africani attraversati dal protagonista. Il colore contribuisce alla sensazione di sospensione e di estraneità di David Locke, un uomo che cerca di liberarsi della propria identità assumendo quella di un altro.
